La magia di Patù

Patù, frazione di Castrignano del Capo, sorge nel 924 per iniziativa degli abitanti della città messapica di Vereto, distrutta dai saraceni nella sanguinosa battaglia del 24 giugno 877; il luogo di fondazione  era stato per secoli il granaio di Vereto, come testimoniano le profonde fosse scavate nel terreno e ancora visibili, coperte da lastre di vetro, nella piazza principale del paese.

I Messapi abitarono la penisola salentina dal IX sec. a.C. alla metà del III sec. a. C., quando i Romani ebbero la meglio sulla Messapia e avviarono il lungo processo di romanizzazione del Salento. Fino a quel momento Vereto era stata, e continuò ad essere anche sotto i Romani, un centro caratterizzato da grande vitalità, essendo localizzato in un territorio attraversato dalle grandi arterie stradali del tempo, e nel punto di incontro di importanti rotte marittime.

Della distrutta Vereto è possibile vedere poche ma significative tracce nel sito collinare dove sorgeva l’antica acropoli, oltre quelle rimaste sulla costa prospiciente la splendida insenatura di San Gregorio, oggi marina di Patù.

L’insediamento antico si trova a circa 5 chilometri dal moderno centro di Patù, in posizione dominante su una collina che raggiunge i 130/150 metri sul livello del mare. Il primo rinvenimento archeologico si deve a Cosimo de Giorgi ( 1906 )che, in località S. Andrea, visitò alcune tombe a fossa con ricchi arredi funerari. Nel 1971 cippi e stele con iscrizioni funerarie latine furono rinvenute in una necropoli, di età imperiale ( II sec. a. C. ), in località Cavalli, ai piedi della collina, ove ora sorge il cimitero comunale, ma l’antico abitato conserva anche strutture datate all’età repubblicana ( I sec. a. C ).

L’abitato messapico era circoscritto da una cinta muraria in opera quadrata con blocchi di pietra locale disposti alternativamente di testa e di taglio, con una tecnica già documentata in altri siti messapici ( Muro Leccese, Vaste, Roca ). Il tratto meglio conservato è tuttora visibile per un’altezza massima di 4 filari e una lunghezza ci circa 8 m., in corrispondenza del limite sud occidentale dell’abitato antico.

Nel 1973 ulteriori interventi nell’area visitata dal De Giorgi individuarono un asse viario che collegava l’insediamento con l’approdo costiero di San Gregorio.

La cappella della Madonna di Vereto, unico edificio che i visitatori si trovano davanti arrivando in loco, è un piccolo edificio cinquecentesco che conserva l’antico toponimo.

E’ interessante notare che alcuni studiosi fanno risalire al greco pathos l’origine del nome di Patù : infatti pathos significa dolore, patimento, e sarebbe infatti da collegare alla sofferenza inflitta agli abitanti della distrutta Veretum. Entro in paese seguendo le indicazioni, molto precise e chiare, per  quello che è il luogo simbolo di Patù, il monumento detto delle Centopietre.

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Il monumento funerario detto ” delle Centopietre”

Si tratta di un monumento funerario, eretto dai soldati guidati dal generale Geminiano nella cruenta battaglia di Vereto, in cui i cristiani furono sterminati dai Saraceni.

Così scrive G. Arditi nella sua Corografia fisica e storica della Terra d’Otranto<< … nell’839 ( i Saraceni ) si tragittarono in Calabria ed in Puglia fermandosi specialmente nella nostra Provincia (rea soltanto di bellezza), dove espugnarono, spogliarono, distrussero, dilagarono di lagrime e di sangue Taranto, Brindisi, Oria, Lecce, Nardò, Manduria altri luoghi e molti tra i quali Leuca e Vereto, due città che furono nel tacco Salentino, a veggente l’una dall’altra, vicine a Patù, una marittima, l’altra quasi, occupate e tenute da quei barbari come centro meridionale delle loro scorrerie….prima di venire a botte e a sangue, gli italo-franchi, guidati dal re Carlo il Calvo, mandarono come araldo il generale Geminiano, ma quei Barbari, violando ogni legge di umanità e di guerra, lo ritennero, l’assassinarono. In vista di tanto, i franco-italiani arsero di santo sdegno, ingaggiarono e svolsero sul detto campo la battaglia più disperata e truculenta, che durò lunghe ore, e finì con la sconfitta e lo sterminio dei Saraceni, i cui resti, prima di fuggire, arsero e distrussero a dispetto la Vereto che gli aveva per tempo ospitati e sofferti>>.

Il valoroso generale sacrificò dunque la sua vita, andando a trattare con gli invasori, ma fu trucidato ferocemente. A sua memoria e per glorificarne il coraggio, i suoi soldati eressero la tomba utilizzando cento delle imponenti pietre di roccia calcarea della distrutta città di Vereto. Di qui il nome con il quale il monumento funerario è ricordato nella storia locale. Centopietre è riconosciuto dal 1873 come Monumento di interesse nazionale di seconda classe. 

<<L’area interna misura un diametro di 26/30 metri quadrati e nelle pareti intonacate vi stanno grettamente dipinte alcune immagini cristiane, e scritti sciancati ed illegibili, l’une e gli altri a foggia greca bizantina: in mezzo vi sorgono poche scabre colonne di sostegno, e le danno luce pallida e fioca un finestrino e due porte, la maggiore delle quali guarda il mezzogiorno, la minore l’occaso>>.( questa la descrizione di Arditi, fine ottocento ). 

Si accede alla piccola spianata su cui sorge il Monumento da un cancelletto, in fondo ad una strada costeggiata da alberi, praticamente alle soglie del centro abitato. Si tratta di un sito che emana un’aura tutta particolare, che è impossibile non avvertire, nel silenzio e nella pace che normalmente avvolge questo luogo. 

Come si vede dalla foto, l’ingresso alla tomba è libero e agevole, il piccolo dislivello si supera scendendo un solo gradino.. L’ambiente è ampio, spazioso, presenta una sorta di divisione interna in due locali: su tutte le pareti, per quanto scrostate- nel buio squarciato solo dalla luce che entra dalle aperture laterali si notano resti di affreschi e di colori- è possibile vedere almeno i contorni delle figure sacre che dovevano abbellire tutto l’interno e che si fanno risalire al secolo XIV. Del resto è un miracolo che tutto questo sia ancora visibile, dal momento che la tomba è aperta da più lati e ovviamente esposta al sole come alla pioggia e al vento dell’inverno. La sosta all’interno è silenziosa e densa di rispetto ed emozione.

E’ indubbiamente un luogo magico e se si tende l’orecchio si potrà ancora sentire il frastuono e le grida della battaglia che, si racconta, si sarebbe svolta proprio nel campo accanto alla tomba, in una spianata, detta “ Campo Re “.

In quel terreno, oggi solo alberi si ergono a silenziosi custodi del luogo, a memoria delle gesta e del coraggio di uomini vissuti tanto prima di noi.

Proprio di fronte alla tomba sorse, nel X-XI secolo, la chiesa di San Giovanni Battista, anch’essa in memoria della battaglia che si svolse in quel 24 giugno, giorno della nascita del santo, dell’Anno del Signore 877.

Tracce di affreschi sulle pareti della costruzione

Particolare della volta nella chiesa di San Giovanni, di probabile impianto paleocristiano

La chiesa di San Giovanni

L’iscrizione:

Alla memoria del figlio Marco Fadio Valeriano, dopo la morte, da Marco Fadio Valeriano padre e da Mina Fadio Valeriana madre

loculo concesso per decreto del decurione

Ai margini della cittadina di Patù, quasi del tutto nascosti dalla vegetazione, troviamo i resti dell’antico castello, per il quale, però, e questa è una buona notizia, sono cominciati i lavori di recupero, che riguarderanno l’unica torre superstite.

Il centro urbano di Patù, espandendosi, ha causato la distruzione di parte della necropoli a inumazione rinvenuta nel luogo della battaglia, Campo Re: qui è stata infatti documentata la presenza di almeno 90 tombe a fossa datate tra l’età imperiale e l’età bizantina, in cui risultano essere stati riutilizzati elementi lapidei con resti di iscrizioni messapiche.

Continuando a girovagare per Patù ci imbattiamo nei resti di un’antica edicola votiva e in un frantoio.

Edicola di SANT’ALOIA, A PATÙ

La “cunedda de Sant’Aloia” (termine dialettale diminuitivo di icona, piccola icona) è formata da tre grandi blocchi di pietra locale. Sono posizionati in verticale, formando una specie di nicchia con un lato aperto orientato a nord, ricoperta da una grande lastra di pietra calcarea. Nella parte superiore della facciata rivolta a ovest, è stato intagliato nel blocco un riquadro al cui interno si intravedono non ben definite tracce di una figura sacra. La denominazione dialettale degli abitanti di Patù, “Santaloia”, si riferisce al nome del santo Eligio e quindi dovrebbe scriversi “Sant’Aloia”.

Fonte: guida di Patù

Durante il Medioevo il casalis Pati è annoverato nel Catalogus Baronum, infatti nel primo censimento aragonese del 1443 si contavano nel villaggio 22 fuochi, quindi circa un centinaio di abitanti.Risalirebbe al XV sec. la fortificazione del casale con la costruzione del castello, probabilmente del tipo a recinto con torri, miseramente sacrificato con il tempo (come abbiamo visto) alle moderne esigenze di urbanizzazione.

E poi, scorci suggestivi del borgo….

E poi eccoci fuori, in campagna

Fonti: Mariangela Sammarco, Ricerche di topografia antica a Veretum, Congedo Editore, 2012

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