
Donare un feudo nel 1300
L’istruttoria di Alessano, con l’infeudazione a Riccardo Sambiasi della parte del casale di Morciano appartenente a Guglielma de Murchano, può essere ricostruita grazie ad un complesso di documenti datati dal 1297 al 1303, conservati in una trascrizione cinquecentesca.


“L’istruttoria di Alessano” apre uno squarcio sulla vita di umili persone, contadini, che nella società feudale stanno sempre sullo sfondo mentre garantiscono la ricchezza altrui. Alla parte del feudo di Morciano contenente il castello, ci rimandano alcuni documenti medievali.
Un cavaliere dell’ordine degli ospedalieri, diffuso nel Salento medievale, miniatura del XIV secolo.

Questi documenti costituiscono“un raggio di luce insperato nel buio pesto del Medioevo del Salento leucano”. (Giancarlo Vallone, Terra,Feudo,Castello, in Studi Storici, anno 49,No.2, 2008)
Negli anni che trascorrono da quando Guglielma decide la donazione al momento in cui la pratica viene definita in tutti i suoi aspetti, quindi dal 1297 al 1303, Guglielma, che in un primo momento aveva deciso di serbare per sé l’usufrutto del feudo, alla fine vi rinuncia, e di fatto immette Riccardo “ in corporalem poxessionem” ( nel possesso di fatto ) del feudo. Quindi arriva il momento della firma “ signum crucis proprie manus domine Guillelme de Murchano” (la signora Guglielma de Morciano appose con le proprie mani il segno della croce ).
La parte centrale dell’istruttoria ruota attorno ai “capitula inquisitionis” ( i capitoli della puntuale disamina sui beni ascrivibili alla terra feudale di Morciano ) utili a determinare il valore della rendita annua del feudo di Morciano; al suo completamento, il giustiziere stabilisce una lista di testimoni che dovranno comparire davanti a lui e alla sua “ curia” il giorno 6 giugno 1303. L’8 giugno gli “ homines et waxallis”di Morciano prestano giuramento di fedeltà al re e poi il “ sacramentum assecurationis” a Riccardo Sambiasi.
Alla fine della inquisitio tutti si ritrovano in Alessano, dove il 10 giugno 1303 vengono redatti il rendiconto scritto e l’istruttoria di tutte le operazioni svolte fin dal 4 giugno, con infine la sottoscrizione dei testimoni.
Scene di lavoro nelle botteghe artigiane medievali

Costoro sono per la verità piuttosto numerosi. Ci sono i “ testes literati” ( testi letterati ), tra i quali Franciscus de Sancto Georgio, pubblico notaio della terra di Alessano, Leon de judice Francisco, giudice in Alessano, il giudice Thomasius de Alexano, il magister Felippus medicus de Neritano ( Nardò ) e altri. Ci sono poi i rappresentanti della piccola nobiltà locale: Goffredo di Specchia, Marco de Frisis, Guglielmo de Petravalda, Peregrino de Musco, Vinciguerra de Sancto Blasio, il Miles Berardo Teodino, Guglielmo de Pisanello,Guglielmo de Bellante.

Aratro a versoio, miniatura del XIV secolo
Quindi viene il turno degli umili, i dimenticati dalla storia ufficiale. Sono alcune decine e provenienti da diversi casali del Capo di Leuca: da Alessano, che a quel tempo era a capo della contea omonima, dal casale di Montesardo, Arigliano, Patù, Salve, Aquarica, Giuliano e Ruggiano, e di tutti conosciamo il nome. Due tra tutti, gli homines o villani di Ruggiano si chiamavano: Basilius de Rugiano e Nicolaus Cabarretta de Rugiano.
La testimonianza più importante, che ci consente di guardare dentro la storia, è quella del prete Guerrerius de Murchano, il quale afferma che Guglielma e il marito avevano nella terra feudale di Morciano “ quosdam vaxallos angarios” ( alcuni vassalli angari ) che ogni anno “ prestabant certas operas et certas gallinas” ( garantivano opere e galline come segno della loro sottomissione ) ai feudali.
Ecco alcuni esempi di quanto veniva incamerato dai signori feudali: da 10 hortos di vigneto si ricavavano annualmente 150 barili di vino; dalle terre coltivate, 10 tomoli di frumento e orzo; c’erano poi quei villani che lavoravano mettendo a disposizione del feudale o una coppia di buoi, o un solo bue, e quelli che invece lavoravano di zappa. Le terre, in ogni caso, producevano anche mandorle, fichi e mele. Oltre al poco necessario per sopravvivere, i villani ricevevano in cambio la protezione del barone.

Un uomo e una donna al lavoro in una vigna. XV sec., Parigi,Bibl.Naz.
Il prete aggiungeva inoltre che questi vassalli o homines, villani, cioè contadini, erano ottanta, numero che comprendeva non solo i capifamiglia, ma anche le loro famiglie, cioè i componenti del “ fuoco”, che costituiva la base del prelievo fiscale ( per convenzione ogni fuoco corrispondeva a 4-5 unità ). Ottanta sarebbe dunque, pressapoco, agli albori del Trecento, il numero totale degli abitanti della parte feudale di Morciano che includeva il castello.

