
La leggendaria quercia vallonea di cui voglio parlarvi si trova nel cuore della meravigliosa terra salentina, tra Tricase e Tricase Porto, a due passi dalla seicentesca chiesa sconsacrata della Madonna di Costantinopoli.
E’ un vero e proprio gioiello naturalistico del “Parco Regionale Costa Otranto-Santa Maria di Leuca e Bosco di Tricase”, resa famosa dalla sua imponenza: è certamente una delle querce più antiche dell’intera Regione Puglia ( risale forse al XII secolo), è riconosciuta Patrimonio dell’UNESCO, mentre il WWF ha introdotto la “Festa dei grandi alberi” proprio per difendere queste antichissime meraviglie della natura.
Con il suo imponente tronco di quasi quattro metri di diametro e con la sua chioma che ricopre una superficie di ben 700 metri quadrati, è un vero e proprio monumento naturale:si presenta infatti come una vera cupola verde e naturalmente attira numerosi visitatori italiani e stranieri.
Il nome scientifico della quercia vallonea è Quercus ithaburensis subsp. macrolepis, è un albero molto diffuso nel bacino del Mediterraneo e appartiene, come i castagni e i faggi, alla famiglia delle fagaceae; è tendenzialmente caducifoglia, le sue foglie sono dentellate e le sue ghiande sono tra le più grandi in natura.
È originaria dei Balcani: non a caso, il termine “vallonea” presumibilmente deriva dalla città dalmata, dove questa specie di quercia abbonda e da cui venne importata nel Salento.
La sua presenza in Salento è da ricondurre ai monaci “basiliani” (così chiamati da San Basilio, fondatore dell’ordine, vissuto nel III sec. d. C. In Turchia ) la cui presenza in Salento è accertata già dal VI secolo.
Nel 726, l’imperatore bizantino Leone III Isaurico emanò un editto con il quale ordinava la distruzione delle immagini sacre e delle icone in tutte le province dell’Impero: mosaici e affreschi furono distrutti a martellate, le icone fatte a pezzi e gettate nel fuoco; furono eliminate molte opere d’arte e uccisi diversi monaci.
Motivo del provvedimento era quello di stroncare il commercio delle immagini e combattere una venerazione considerata superstizione e idolatria.

Questa lotta, detta iconoclasta, mise in fuga dall’Oriente migliaia di monaci, che per sfuggire alla persecuzione si rifugiarono nelle estreme regioni meridionali dell’Italia e, soprattutto, nel Salento.
I paesi intorno a Leuca, facenti parte dell’impero bizantino, furono tra i primi ad ospitare i monaci basiliani perché erano i primi ad essere avvistati dalle navi che li portavano verso la penisola. Della loro presenza sono rimasti in Salento innumerevoli testimonianze.

Per scampare alle persecuzioni, i monaci furono costretti a nascondersi in luoghi solitari come le foreste, o sulle pendici delle colline, ma soprattutto in grotte che divennero luogo d’alloggio e di preghiera e sono tutt’oggi testimonianza della storia bizantina pugliese.
A volte, quando non potevano adattare le grotte naturali, essi scavavano nella roccia più friabile, creando dei rifugi simili a pozzi, adattati a dimore e luoghi di preghiera.
Questi rifugi naturali furono chiamati “laure”. Qui i monaci continuarono a praticare il loro culto. All’ingresso delle laure c’era sempre un’immagine della Madonna detta “Vergine Portinaia” destinata, secondo i monaci, a custodire il rifugio. Le celle erano piccole grotte scavate nella roccia più friabile, nelle quali si entrava dall’alto attraverso una cavità; all’interno c’era il “giacitoio”, dove riposavano i monaci, e la cripta con parete affrescata destinata alla celebrazione della messa.
Terminate la persecuzione iconoclasta nell’843, i monaci abbandonarono a mano a mano i loro rifugi e innalzarono, nei paesi più importanti, chiese e monasteri, che divennero ben presto importanti centri culturali e sociali: si occupavano dell’istruzione dei fanciulli e degli adulti, insegnavano le tecniche della pesca e dell’agricoltura, dissodavano la terra, rendevano fertili le paludi e le affidavano alla gente del posto per coltivarle.

I monaci basiliani furono molto importanti nel Salento sia dal punto di vista religioso, sia dal punto di vista economico-sociale.
Si deve a loro, dunque, l’importazione della quercia Vallonea, dalle grosse ghiande dalle quali si ricavava la farina per il pane, ma anche il tannino, una sostanza utilizzata nell’arte del pelacane, cioè per conciare le pelli, il cui commercio aveva uno dei fulcri proprio nel porto di Tricase. I monaci piantavano le querce proprio nei pressi dei monasteri, per far sì che i monaci viandanti, vedendole, capissero che nei pressi c’era un luogo pronto ad accoglierli; sempre ai monaci si deve l’importazione del gelso, del carrubo, del pino d’Aleppo. I monaci furono determinanti anche per incrementare la coltura dell’ulivo, costruendo nuovi frantoi ipogei. Grazie all’opera costante dei monaci l’agricoltura locale risorse.
La leggenda dei Cento cavalieri
La quercia Vallonea di Tricase è avvolta anche da un alone di leggenda: infatti è conosciuta anche come “la Quercia dei Cento Cavalieri”.
Si narra che l’imperatore Federico II di Svevia, chiamato “stupor mundi” per la sua magnificenza, mentre attraversava la Terra d’Otranto, fosse stato colto da una tempesta e avesse trovato riparo, assieme alla sua corte e ai suoi cento cavalieri, proprio all’ombra della grande quercia di Tricase.
Secondo altre leggende che vengono tramandate, la quercia veniva interrogata già dagli oracoli greci che, a seconda del rumore delle fronde al vento, erano in grado di predire il futuro.
In Salento esistono altre querce vallonee: a Cocumola, Gallipoli, Taurisano, Corigliano d’Otranto, meno imponenti e famose di quella di Tricase, ma tutte molto amate dai salentini e con un lungo passato alle spalle.