
Andiamo a Alessano, cittadina del Capo di Leuca, dove troviamo un palazzo molto particolare, conosciuto come la ‘Casa diamantata’ del ‘mercante’ pugliese, o come “palazzo Sangiovanni” in quella che era alla fine del Quattrocento «la più grande Signoria del Salento meridionale».
Chi oggi si reca a visitare la cittadina di Alessano e, dopo aver attraversato il borgo antico, giunge in piazza Castello, in posizione dominante sull’abitato, sente immediatamente di essere arrivato in un luogo che è tutt’uno con la sua storia millenaria. La piazza è rettangolare, il suo perimetro segnato da alberi ombrosi, cui fanno da cortina i palazzi più belli e nobili di Alessano, il palazzo ducale e il palazzo Sangiovanni, senza contare le caratteristiche costruzioni medievali che introducono all’antico quartiere della Giudecca, nel medioevo abitato da un folto numero di famiglie di religione ebraica. Sorseggiare un caffè nell’unico bar della piazza, mentre il sole si fa strada tra i rami degli alberi, è una delizia che merita il viaggio.

Negli ultimi decenni del XV secolo nelle città della costa pugliese si cominciò a costruire una serie di nuove residenze, rispondenti ad un nuovo modello decorativo. Si può dire che andava diffondendosi un nuovo gusto per l’abitare; avveniva all’interno dei gruppi baronali, ma anche dei ceti emergenti, in particolare del ceto mercantile. Come le corti feudali procedevano ad un aggiornamento e ad una qualificazione delle loro residenze, ed è infatti il passaggio dal castello al palazzo baronale, con nuovi criteri estetici, così i mercanti, spesso di religione ebraica, arricchitisi con i traffici che portavano le loro merci al di là dell’Adriatico, si dedicavano a caratterizzare le loro abitazioni con apparati originali.
Ci sono frequenti contatti tra Napoli e Ferrara, dove a partire dal 1492 fu avviata la costruzione del famoso Palazzo dei Diamanti, progettato da Biagio Rossetti per conto di Sigismondo d’Este, fratello del duca Ercole: erano interessate la Corte estense e quella napoletana, dal momento che passarono da Ferrara modelli stilistici e maestranze attive altrove, per esempio un certo «mastro Francesco» potrebbe essere l’architetto senese Francesco di Giorgio Martini, distintosi poi a Napoli. ( fu forse allora che l’architetto toscano venne a conoscenza dei nuovi apparati decorativi diamantati).

D’altra parte ad Alessano proprio a partire dagli anni Novanta del Quattrocento si verificava un’importante trasformazione della parte centrale dell’antico nucleo abitativo:in questo scenario si colloca la costruzione del Palazzo dei diamanti, nel quale non può non vedersi un richiamo all’omonimo Palazzo dei Diamanti di Ferrara. Nella stessa piazza Castello, sull’altro lato dell’attuale piazza, era già sorto o stava sorgendo il castello o palazzo ducale.
Ad Alessano dunque, Palazzo Sangiovanni – come tradizionalmente viene chiamato a partire dal XVIII secolo in ricordo dei suoi ultimi nobili proprietari – o ‘Palazzo dei diamanti’, molto probabilmente edificato tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento da uno sconosciuto Committente, è caratterizzato da un impianto planimetrico ad ‘’U’’ aperto verso la campagna; una forma tipica di molti palazzi rinascimentali, e non comune nel Salento medievale, dove predominava invece la tipologia a corte chiusa. E questo è già un primo indizio, altri ne seguiranno.

L’elemento caratterizzante del palazzo è comunque costituito dal trattamento della facciata. Essa si presenta scandita sì da file di bugne ( pietre a superficie sbozzata sporgenti dal muro) di diamante, esattamente come nel palazzo di Ferrara, ma da questo si distingue perché le bugne diamantate non sono disposte in linea, bensì secondo un disegno geometrico a zig-zag che, inoltre, corre su due direzioni opposte. Il risultato è che questo singolare montaggio delle pietre alleggerisce di molto la facciata, alla quale dona anche un insolito effetto di chiaroscuro.
E’ dunque sulla facciata del palazzo di Alessano che questo tipo di trattamento della pietra compare per la prima volta in Terra d’Otranto e costituisce pertanto una “ variante salentina” della tecnica adoperata a Ferrara.

La somiglianza con il modello ferrarese è amplificata anche dalla presenza di paraste angolari (La parasta, o pilastro, è un elemento architettonico strutturale verticale inglobato in una parete, dalla quale sporge solo leggermente), proprio come a Ferrara, così come dalla presenza di mensoloni che, come a Ferrara, dovevano reggere una balconata d’affaccio, oggi però non più esistente. Sembra insomma innegabile che il palazzo alessanese abbia una derivazione padana e che il progettista o committente di Alessano conoscesse bene il disegno del palazzo ferrarese.
Ma il palazzo di Alessano vanta altre particolarità. Su alcune finestre, come in quella centrale, compaiono dei bassorilievi recanti mezzi busti di cavalieri con spade alzate verso l’alto ( il primo committente fu forse un cavaliere? o un mercante? ); altri motivi presenti sono invece quelli delle ‘’pignatte’’ da fuoco; alcuni bassorilievi mostrano stemmi della famiglia committente, la cui arma non è però ancora stata identificata, mentre su un fregio a guisa di stendardo retto da putti si legge un’epigrafe in latino: ‘’MALEDICT HO FIDIT I HOIE’’ e cioè “Maledictum hominum qui fidet in homine” ( Maledetto l’uomo che si fida dell’uomo- probabilmente il proprietario era stato vittima di un tradimento …). In alcuni pennacchi di altre aperture compaiono degli uomini con arco, mentre nel risalto del fregio di una finestra compare un profilo di uomo con un copricapo che rimanderebbe a costumi orientali ed ebraici.


Tutte le caratteristiche costruttive del palazzo fanno pensare che l’edificio risenta degli influssi di architetti e ingegneri molto attivi all’epoca tra il Regno di Napoli e il resto della penisola, soprattutto in Toscana( tra questi sicuramente Giuliano da Maiano, il già menzionato Francesco di Giorgio Martini e l’architetto napoletano Mormando, quest’ultimo forse il progettista del palazzo di Alessano ) e che quindi, in pieno Rinascimento, il Salento non era affatto ‘remoto’ rispetto alla Corte napoletana.
In ogni caso la moda costruttiva del bugnato si estese poi dal Quindicesimo secolo fino al Seicento e fu ben riconoscibile- e imitata- all’estero come un’invenzione italiana.
( Bibliografia: Virgilio Carmine Galati , Università di Firenze )