Quando il principe di Tricase si faceva pagare l’ombra degli alberi.

Con una circonferenza di 16 miglia, il bosco di Belvedere era sfruttato intensamente dalle comunità dei paesi vicini: Supersano, Torrepaduli, Ruffano, Miggiano, Montesano, Nociglia, Botrugno, Torricella, Scorrano, Maglie e anche da persone di paesi più lontani. Tutti ne usufruivano per allevare gli animali e per raccogliere la legna. Coloro che, per conto del feudatario, svolgevano la sorveglianza di quei possedimenti garantivano il rispetto dei diritti fiscali e proibitivi.
Tra questi c’era anche il
“ Diritto dell’ombra degli alberi”,
consistente “in 5 grane* all’anno ed un Paneso di virgulti verdi per ogni Albero del Bosco sito ne’ terreni censuati” ( sottoposti a censo, cioè tassati ).
Siamo alla fine del XVIII secolo, precisamente nel 1783, nello “Stato” di Tricase, di cui era principe e signore Giuseppe Gerardo Gallone che, come abbiamo appena visto, ricavava reddito persino affittando l’ombra dei suoi alberi, quelli del grande, a quel tempo rigoglioso, Bosco di Belvedere.
Intanto, perché si parla di “ Stato”?
Perché un territorio feudale potesse essere considerato alla stregua di uno “ Stato” contavano la grandezza e la potenza del feudatario, l’insieme dei diritti signorili esercitati, come delega dei diritti di sovranità, il livello dell’amministrazione feudale. Quindi contavano l’importanza dei feudi posseduti, la quantità e la qualità dei territori su cui si esercitava il potere e il tipo stesso di potere. ( Aurelio Musi, Il Feudalesimo nell’età moderna ).
La famiglia Gallone già nel XVII secolo cominciò infatti a costruire un complexum feudale composto di molti territori, sparsi nella parte meridionale della provincia di Terra D’Otranto: ne furono promotori prima Alessandro Gallone e poi il fratello Stefano II Gallone, vero fondatore del dominio feudale.
Tricase era il capoluogo dello “ Stato feudale “, sede della “ Corte principesca” in cui operava il personale feudale, composto da funzionari esperti nella gestione finanziaria. Lo Stato dei Gallone aveva però una particolarità che lo distingueva dagli altri: mancava di aggregazione politico-istituzionale tra i feudi che lo componevano.
Nel 1785, principe Giuseppe Gerardo Gallone, lo “ Stato” di Tricase comprendeva ormai i feudi di Tricase, Caprarica del capo, Tutino ( con Campo e le sue masserie di Petrì e Terlonghi ), S. Eufemia, Depressa ( con Bernardo e Principiano ), Nociglia ( con Boscarello ), Supersano ( con la masseria di Montonati ), Bosco di Belvedere, Torricella ( con il suffeudo di Parco e sua Foresta e la masseria del Bosco o di Torricella piccola ) e Fano o Luffano. Prima c’era anche il feudo di Salve, che nel 1697 Stefano III Gallone alienò a Giuseppe Antonio Caracciolo.
Lo “ Stato” di Tricase era un territorio non vasto, ma compatto, con una popolazione di 5899 abitanti. Ogni elemento di cui era composto, feudo o masseria, tendeva all’autosufficienza economica, con un sistema di gestione decentrato.
Il principe ovviamente godeva di una lunga serie di diritti feudali, privilegi e prerogative, che, tutti insieme, costituivano la sua ricchezza. Viveva a Napoli per lunghi periodi e solo saltuariamente si spostava nei suoi feudi.
La gestione diretta del patrimonio feudale era affidata ad un “Agente Generale”, che viveva al primo piano del palazzo principesco di Tricase.
- Con il termine grano ( al plurale grana ) si indicava una moneta emessa per la prima volta da Ferdinando I di Napoli a metà del Quattrocento. 10 grana facevano 1 carlino, 20 grana un tarì e 1 grano valeva dodici cavalli.
Fonte: Pierpaolo Panico, Lo “ Stato” di Tricase nel 1785, Stato de’ feudi, stabili, ed altri effetti componenti lo Stato di Tricase, e de’ pesi fissi a’ medesimi annessi formato nell’anno 1785. Edizioni Dell’Iride, 2014.
…..poi, però, venne il tempo dell’incuria, dell’abbandono e dell’oblio, come ci racconta circa un secolo dopo, nel 1882, Cosimo De Giorgi, cavaliere e dottore, membro della Regia Commissione di Archeologia della provincia di Lecce, profondo conoscitore del Salento, che percorse in lungo e in largo per diffonderne la conoscenza, la storia delle sue genti e l’immensa ricchezza naturale e artistica. Nella sua opera più famosa ” La provincia di Lecce. Bozzetti di viaggio”ebbe a scrivere:
” Laggiù quella macchia verde-scura è l’ultimo residuo del Bosco di Belvedere, per quattro quinti distrutto!”
e ancora, attraversando il territorio intorno a Ruffano: ” Più in fondo, nella stessa direzione, vedremo torreggiare sull’uliveto le ultime querce monumentali del Bosco di Belvedere, che gridano vendetta al cielo colle loro altissime braccia spennacchiate”
Infine, percorrendo la strada da Ruffano a Torrepaduli : ” Di fronte a noi l’occhio si stende sopra una vasta pianura ondulata ricoperta dagli ultimi avanzi del Bosco di Belvedere”.