
Nel libro III dell’Eneide di Virgilio, le navi di Enea, provenendo dalle montagne dell’Epiro, si dirigono verso l’Italia e infine appare la terra.
“ Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis, cum procul obscuros colles humilemque videmus Italiam” ( Libro III, 521-523. …..scomparse le stelle, già rosseggiava l’Aurora quando vedemmo da lontano i colli oscuri e la bassa costa dell’Italia).
Venti favorevoli indirizzano le navi verso l’approdo sicuro del porto.
“ Crebrescunt optate aurae portusque patescit iam propior, templumque apparet in arce Minervae”. ( Libro III, 530-531. Aumentano a poco a poco le brezze desiderate e già più vicino si apre il porto e appare il tempio sulla Rocca di Minerva ).

Mentre i marinai esultano di gioia, il vecchio padre Anchise riempie di vino una grande coppa e invoca gli dei potenti del mare, della terra e delle tempeste perché concedano venti favorevoli all’ingresso nel porto. Mentre infatti si fa sempre più vicina l’apertura ad arco del porto, nello stesso tempo scogli alti e minacciosi incutono timore e, sulla rocca, il tempio di Minerva sembra persino indietreggiare. ( refugitque ab litore templum, Libro III, 536 ).
Ma la “rocca di Minerva” dove si trovava? In quale punto della costa salentina approda Enea?
In un’edizione piuttosto datata dell’opera virgiliana ( L’Eneide, passi scelti e commentati a cura di Cesare Giarratano e Aldo Marsili, Felice Le Monnier edizioni, Firenze, 1965 ) il commentatore colloca il porto ove sorge il tempio di Minerva nell’antica località denominata portus Veneris, ora porto Badisco, a sud di Otranto. Anche l’edizione, ancora precedente ( 1930), con introduzione, commento e note di Remigio Sabbadini, famoso latinista, rivista e ripubblicata nel 1951 a cura di Concetto Marchesi, riconosce il sito descritto da Virgilio “ nel portus Veneris, a sud di Idrunto ( Otranto ).” Ma nel tempo altri luoghi della costa adriatica del Salento si sono fregiati del legame con l’eroe virgiliano, venuto da lontano a fondare Roma. Tra questi in primis il promontorio di Santa Maria di Leuca ove, secondo la leggenda, il santuario cristiano sarebbe stato edificato su un preesistente tempio pagano dedicato appunto alla dea Minerva e dove, pertanto, Enea avrebbe per la prima volta toccato il suolo italico.
Altro luogo individuato è Castro, ove però, a differenza degli altri siti menzionati, dietro la supervisione dell’Università del Salento e in particolare del prof. Francesco D’Andria, si sono susseguiti negli anni scoperte archeologiche e importantissimi ritrovamenti che ne hanno confermato l’attribuzione allo sbarco dell’eroe troiano: sono venuti alla luce, sotto le mura del castello cinquecentesco, il Castrum Minervae, cioè la rocca, poi anche il tempio, che ivi sorgeva, dedicato alla dea MInerva/Athena, una gran quantità di oggetti legati al culto, tra cui una statuetta di bronzo a fusione piena, alta circa 14 c.m raffigurante la dea Minerva ( Il Palladio di Troia ) e infine una maestosa statua di Minerva, tuttora però mancante della testa, tanto da dissipare, secondo gli studiosi, ogni dubbio a riguardo. Il primo approdo di Enea in Italia fu a Castro.

L’arrivo sulla terraferma delle navi troiane viene peraltro salutato da un segno divino: la visione di quattro cavalli bianchi, colti nell’atto di brucare placidamente l’erba. Per il vecchio Anchise la loro presenza ha un significato ambiguo: potrebbero essere l’annuncio di future guerre ma anche speranza di pace, quella che ai superstiti della distruzione di Troia gli dei hanno destinato in terra laziale.
Nel frattempo, però, gli esuli non abbiano dubbi né esitazioni, facciano piuttosto tesoro delle parole dell’indovino Heleno, il quale ad Enea che si accingeva a compiere il lungo viaggio aveva raccomandato con tono perentorio:
“ ( dopo aver toccato terra sulle coste salentine )….fuggi queste terre e questa spiaggia del lido italo, che vicino è bagnato dalla marea della nostra acqua; tutte le mura sono abitate dai malvagi Grai ( Greci ). Qui anche i Locri narici posero le mura ed il lizio Idomeneo occupò di soldati le piane salentine ”. ( libro II, 396-401 )
Insomma Heleno ricorda a Enea che il Salento, benché sia il primo approdo in un viaggio lungo e periglioso, è tuttavia pur sempre abitato dai Greci “ malvagi”, che anzi tutto il Salento ne è pervaso ( la Magna Grecia ) e lui, pertanto, deve starne alla larga, memore della lunga e terribile guerra di Troia, espugnata proprio dai Greci ( o Achei ) grazie all’astuto e perfido stratagemma del cavallo di legno in guisa di dono .
Pertanto Enea e il suo seguito, dopo aver pregato la dea Minerva, ( Libro III, 544 “quae prima accepit ovantes” – che per prima ci aveva accolto), fanno offerte a Giunone, come aveva raccomandato Heleno, e subito dopo, volte le vele spiegate, riprendono il viaggio.“Graiugenumque domos suspectaque linquimus arva” (Libro III, 550 ..lasciammo le case e i campi sospetti abitati dai Greci…..).
La terra dei Ciclopi li attende…..e ben altre avventure……
Per approfondimenti:
F.D’Andria, Castrum Minervae, Congedo Editore, 2009
- La Tavola Peutingeriana, così detta dal nome dell’umanista e antichista Konrad Peutinger, è una copia del XII-XIII sec.di un’antica carta romana che mostra le vie stradali dell’impero romano.Essa costituisce una delle fonti più importanti per la classificazione e l’identificazione degli antichi toponimi. E’ conservata nella Hofbibliothek di Vienna.
La curiosità
Il 23 maggio 2021 la Rotta di Enea è stata inserita tra gli itinerari culturali del Consiglio d’Europa. ( www.coe.int )