Il viaggio della principessa

Isabella de Capua
Ritratto di Isabella de Capua

E’ sera. Siamo nella calda estate dell’anno 1549. La principessa Isabella de Capua ha comunicato al suo seguito di voler dormire nel castello di Montesardo: sa che in quella rocca che dista appena un miglio da Alessano potrà trovare refrigerio. E’ già buio quando vi giunge, stanca e accaldata. La principessa sta affrontando un lungo viaggio. Immaginiamo che, spostandosi da uno all’altro dei suoi feudi nel Regno di Napoli, giunta infine in Terra d’Otranto, abbia visto campi e coltivazioni rigogliose, boschi, greggi al pascolo, e ammirato i palazzi e le chiese ornate della bianca pietra leccese.E’ lecito dunque pensare che si sia inorgoglita della bellezza e ricchezza dei suoi possedimenti. Ritiratasi nelle sue stanze ha forse guardato dalle finestre del castello di Montesardo giù nella vallata ai suoi piedi. Nessuna luce rischiarava il buio della notte. Nelle case le candele di sego mandavano una luce troppo fioca. Forse il cielo della notte estiva ospitava una luna generosa e questa, questa sola, illuminando di una luce dorata il profondo blu del cielo, le ha consentito di posare lo sguardo sullo spazio vasto e profondo che si apriva sotto le mura del castello, una potente fortezza a guardia della città. 

Ma chi è Isabella de Capua e perché il suo viaggio desta ancora oggi interesse e ammirazione?

Isabella era nata nel 1510, figlia primogenita di Ferdinando ( o Ferrante ) de Capua, conte di Alessano, marchese di Specchia, secondo duca di Termoli, che nel 1522 aveva ereditato anche il principato di Molfetta e il contado di Giovinazzo, e di Antonicca del Balzo.

Ora il marito le chiede di andare a prendere visione dei loro possedimenti nel sud d’Italia, gratificare i nobili del posto, sanare questioni e conflitti, insomma mostrare con la sua presenza e le sue azioni la grandezza e insieme la magnanimità dei signori da cui quel vasto territorio dipende. Isabella dovrà quindi visitare sia i beni ereditati dalla madre che i feudi concessi al marito da Carlo V come remunerazione per i suoi servigi e per il valore dimostrato combattendo nell’esercito spagnolo nelle guerre d’Italia.

Del viaggio compiuto dalla principessa Isabella de Capua, durato cinque mesi, da maggio a ottobre del 1549, segnato da trentadue tappe fino all’estremo lembo di Terra d’Otranto, abbiamo notizia attraverso quattordici lettere che il segretario di Isabella, Luca Contile, pisano, scriveva e inviava periodicamente al suo signore e padrone, appunto il marito di Isabella. Le lettere, datate dal 26 maggio al 5 ottobre, venivano scritte alla fine di ogni giornata e spesso riassumono gli avvenimenti degni di nota di più giorni. Contile svolgeva con grande scrupolo e devozione il compito che gli era stato affidato. Ferrante nutriva molta preoccupazione non solo per la durata del viaggio e per i numerosi pericoli che la consorte aveva implicitamente accettato di correre, ma anche per la salute precaria della giovane donna, che all’epoca aveva trentasette anni. Ella infatti soffriva di frequenti mal di stomaco che sicuramente la condizionavano e le imponevano spesso riposo forzato. Durante il viaggio accadde più volte, tutte scrupolosamente notificate dal Contile a Ferrante, ma sempre accompagnate da ampie rassicurazioni sulla forte fibra della principessa e soprattutto sulla sua ferma volontà di proseguire il viaggio per come era stato programmato e di portare a termine gli impegni assunti. Non era stata lei stessa, in una lettera8scritta alla figlia Ippolita, a dire <<se questo mio viaggio è necessario, lo farò quanto più tosto e quanto più allegramente potrò?>>

Eppure, come annotava lo stesso Contile, il viaggio era lungo e faticoso, dal momento che: …” terre, castelle murate, casali, fortezze, torri, casali aperti nei suoi domini, per visitarli occorreva percorrere, partendo da Napoli, una larga zona della Campania e del Principato Ultra, internarsi nel Molise, di là passare in Capitanata, seguire il litorale pugliese da Barletta ad Ostuni, per raggiungere finalmente l’estremo lembo di Terra d’Otranto”

Isabella era una donna forte, volitiva, generosa, spontaneamente attenta ai bisogni dei sudditi, abile amministratrice e dotata, potremmo dire, di “ intelligenza emotiva”, della capacità insomma di interpretare le diverse situazioni con cui il suo rango la metteva a confronto e di misurarsi con esse con sagacia e saggezza, ottenendo ottimi risultati nella soluzione dei problemi ma anche conquistandosi il rispetto e l’ammirazione di nobili e feudatari. Del resto, le cronache ci dicono che a lei si ispiravano artisti e letterati del tempo, magnificando la sua bellezza e le sue tante virtù. Per inquadrare il valore e il significato del viaggio compiuto da questa giovane nobildonna, giova anche fare qualche considerazione sul viaggio nel sedicesimo secolo. E lo facciamo con le parole di R. Nicolì: “ Una escursione nel profondo sud, in effetti, nei secoli precedenti a quelli in cui si afferma il Gran Tour, non si faceva del tutto spontaneamente; richiedeva piuttosto un proposito fermo e una speciale preparazione. Su queste terre si sono avvicendate civiltà molteplici e diverse. Sotto ognuna ne riposa una ancora più antica, in una serie di strati sovrapposti, di cui, per i tempi più antichi, risuonano ancora i versi di Virgilio e Orazio, ma nonostante la tanto affascinante storia che l’ha percorsa, ci sono stati periodi in cui il silenzio ha avvolto la Puglia, rendendola luogo oscuro e temuto, dimenticato dalla civiltà perché abitata dai briganti e dalla miseria “ .

R. Nicolì ricorda poi che se il XVI secolo non vanta, per quanto riguarda il sud d’Italia, una tradizione di celebri viaggiatori, di viaggi al femminile non c’è proprio traccia. In questo contesto, il viaggio della principessa Isabella, sorretto da motivi squisitamente politici, riveste un’importanza tutta particolare e, infatti, ha richiamato l’attenzione degli studiosi.

Isabella era anche moglie devota e madre affettuosa. Durante il matrimonio con Ferrante mise al mondo ben undici figli, ma questo non le impedì certo di assumere impegni, responsabilità e iniziative proprie del suo rango e dei titoli che portava. Pertanto si fece carico del viaggio che la condusse da Guastalla fino al Capo di Leuca, con determinazione e coraggio, nonostante il desiderio, sempre vivo e presente in lei, di tornare al più presto al suo mondo e ai suoi affetti. Il viaggio fu un trionfo ovunque lei si recasse, sempre accolta con grandi manifestazioni di ossequio e di esultanza che coinvolgevano anche le popolazioni, ospitata con grande esibizione di lusso e magnificenza in castelli, residenze e palazzi vescovili.

Il 23 luglio Isabella si trovava a Scorrano, da dove si spostò a Specchia per tornare ad Alessano, dove sostò più a lungo. Da notare che a Specchia il palazzo marchesale, dove alloggiò, era dei del Balzo, quindi apparteneva alla famiglia della madre Antonicca: proprio lì d’altronde erano state celebrate le prime nozze, poi annullate, di Isabella con Traiano Caracciolo. A Scorrano la principessa si recò fuori porta e camminò per almeno un miglio attraverso gli oliveti, traendone molta soddisfazione. Anche a Scorrano pioveva e la pioggia, tanto anelata, rinfrescava piacevolmente l’aria e donava inaspettato sollievo ai viaggiatori. La tappa successiva fu Alessano, dove Isabella dimorò nel palazzo ducale fatto costruire alla fine del ‘400 dal nonno, Francesco del Balzo. Da Alessano la principessa, come abbiamo visto, preferì per il suo riposo spostarsi a Montesardo, dove rimase quattro giorni “per il molto fresco”. A guardarlo oggi, il maniero conserva quell’aspetto imponente e minaccioso che doveva avere quattro secoli fa, affacciato sulla campagna e sulla piana di Macurano. Immaginiamo un territorio coperto da boschi, completamente immerso nelle tenebre, quella sera di quattrocentosettantacinque anni fa.

Dunque anche se dalle lettere di Contile si evince chiaramente che Isabella non visitò né tantomeno sostò aRuggiano, possiamo però immaginare, senza tema di sbagliare, che per andare a Leuca dovette almeno sfiorarne l’abitato. Rifacendoci infatti a quella che era la via percorsa dai pellegrini per raggiungere il santuario mariano, abbiamo fondato motivo di pensare che il suo corteo di cavalli e carriaggi percorse quella che era, ed è, la via Francigena, o Leucadense che, senza attraversare il centro abitato di Ruggiano, bensì lambendolo dall’esterno, scendendo da Montesardo si ferma prima al santuario di Santa Marina, giunge poi a Leuca Piccola e quindi prosegue verso de finibus terrae. Quest’antica strada ancora oggi è segnalata accanto al santuario di Santa Marina, arriva a Leuca Piccola, costeggiando prima le due vore18o voragini, per le quali, oltre che per la chiesa di Santa Maria del Belvedere, è famoso il centro abitato di Barbarano, quindi la strada taglia la provinciale che porta a Morciano, passa accanto ai resti delle arcate che prima chiudevano completamente l’area e prosegue in direzione di Leuca. La via Leucadense è oggi una strada sufficientemente larga per il passaggio delle auto, si fa spazio in mezzo alla campagna, piacevole dapercorrere soprattutto a piedi. Sotto le arcate di Leuca Piccola, proprio dove un tempo sorgeva l’antica locanda per i pellegrini, demolita per far posto alla strada provinciale che collega Barbarano a Morciano, un cartello ricorda l’antico tracciato, percorso dai viandanti e dai pellegrini a partire dalla fine del cinquecento : ed è un tacito invito a farlo ancora.

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