Il giardino oltre il tempo

In principio fu un giardino, anzi ” il giardino”, il giardino dell’Eden.

In verità la storia dei giardini ha le sue origini in un tempo ancora più lontano di quello in cui furono scritti i racconti delle Sacre Scritture, ancora prima dunque dell’Antico Testamento.

Migliaia di anni prima di Cristo i popoli che abitavano la Mesopotamia , gli Assiri e i Sumeri tra questi, costruivano e curavano magnifici giardini: basti pensare ai giardini pensili che vengono attribuiti ad un altro popolo antico, i Babilonesi.

Le civiltà degli Assiri e dei Sumeri fiorirono in Mesopotamia a partire dal 3500 a.C.

Ciò che appare inconfutabile è che chi scrisse i primi libri della Bibbia conosceva bene le terre nelle quali scorrevano due fiumi famosi nell’antichità, il Tigri e l’Eufrate, dal momento che entrambi sono citati nella Genesi, il primo dei libri della Bibbia.

I 46 libri che compongono l’Antico Testamento hanno la loro origine nelle tradizioni trasmesse oralmente e la loro composizione copre circa un millennio, in sostanza l’intero millennio precedente l’era cristiana. Nella Genesi, che descrive appunto l’origine del mondo e dell’umanità, leggiamo: <<…poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente…fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare…un fiume usciva da Eden per irrigare il giardino, poi da lì si divideva e formava quattro corsi>>.

Due dei fiumi citati nella Bibbia sono proprio il Tigri e l’Eufrate, mentre Eden deriva dal sumerico Edin , che significa terra piana e stepposa, desertica. Come in contrapposizione a questa, il giardino occupa invece una zona orientale e la parola ebraica che sta a indicarlo, gan, è a sua volta nome sumerico e indica proprio un terreno irrigato e coltivato.

Più tardi, come vedremo, ci sarà un’altra parola che starà a indicare il giardino nella lingua di un altro popolo antico: da questa parola- che conosceremo tra poco- deriverà il termine greco paràdeisos, che diventerà ” paradiso”,

in origine dunque sinonimo di ” giardino” e destinato ad arricchirsi nel tempo di tutte le accezioni a noi note.

Qualche considerazione è d’obbligo.

Non possiamo fare a meno di osservare come già nella creazione del Giardino dell’Eden da parte di Dio venga operata una distinzione tra terra incolta e inospitale, che affianca un terreno pensato invece fertile, tanto che verrà subito dotato di acqua in abbondanza perché possa produrre fiori e frutti. Si tratta di una distinzione che via via si riempirà di senso nel nostro percorso.

Proverò infatti a raccontare che, proprio da un giardino e dalle parole impiegate per nominarlo, nasceranno e si consolideranno nel tempo diversi significati che ancora fanno parte della nostra esperienza. Parole e significati legati tanto alla storia dell’umanità quanto alla storia delle religioni.

A questo punto farò un salto temporale e geografico. Proverò a stabilire un primo collegamento tra quel giardino primordiale, quelli che sono venuti dopo, e l’ispirazione più profonda che guida coloro che con un giardino si cimentano.

Nei borghi del Salento

E’ sotto gli occhi di chiunque frequenti il Salento, in particolare il Capo di Leuca, che qui le case più antiche, caratteristiche dei borghi di fondazione medievale, hanno raramente giardini prospicienti l’entrata principale.

Varcata la soglia d’ingresso di queste case, normalmente le si attraversa per uscire nuovamente dal lato opposto e ritrovarsi in un orto, o giardino, quasi sempre chiuso sui tre lati da muri.

Questi giardini sono stati per lo più impiantati molto tempo fa in una società esclusivamente contadina e poi conservati, curati e custoditi, al riparo da occhi indiscreti, quando ovviamente, anche a causa dello spopolamento nella prima metà del XX secolo, non sono stati abbandonati a se stessi.

I muri che circondano i tanti, numerosi, giardini sopravvissuti, non riescono tuttavia a nascondere il tesoro che celano, dal momento che alte chiome li superano in altezza, insieme a bordure di viburno o di alloro, mentre tenaci rampicanti di gelsomino o di buganvillee si riversano all’esterno gonfi di infiorescenze colorate.

Viaggiatori in Salento

Le cronache raccontano che quando, tra il 1682 e il 1687, l’abate G.B.Pacichelli, uno dei pochissimi viaggiatori che all’epoca osavano avventurarsi nelle terre a sud di Napoli, attraversò le contrade del Capo di Leuca, fermatosi a Barbarano per approvvigionarsi di cibo, restò impressionato dagli alti muri a secco che proteggevano orti e cortili, dove la gente coltivava verdure e allevava animali.

Come ci racconta il sac. Francesco Cazzato, profondo conoscitore del Salento e della sua storia, era consuetudine a quei tempi che ogni campagna che appartenesse a privati fosse circondata da un muro e per questo motivo era chiamata ” chiusura ” o, se piccola, ” chiusurella”. Di contro, la mancanza del muro perimetrale indicava che il campo era di proprietà feudale.

” Hortus Conclusus” ( in latino ” giardino recintato “) è infatti la denominazione del giardino medievale , in origine tipico dei monasteri e dei conventi, dunque porzione di terreno recintata e difesa da alte mura, quasi sempre coltivata a piante da frutto e erbe aromatiche. Va detto però che l’idea di un giardino recintato non nasce nel Medioevo: è piuttosto la riscoperta di un’idea molto più antica.

Ma da dove viene, più precisamente, l’idea originaria di un giardino recintato ? E con quale parola veniva nominato?

Bellissimi giardini recintati sono documentati in Persia già molto prima della nascita di Cristo.

I Persiani costruiscono giardini mutuando quest’usanza dagli Assiri.

Questi giardini venivano nominati con la parola pairidaeza che significa proprio ” giardino murato”: pairi sta per intorno e daiz è il verbo costruire ( quindi il senso è costruire intorno ). La parola , di ambito iranico, ha le sue radici nell’avestico, una lingua parlata in Persia duemila anni prima di Cristo: pairidaeza dunque parte dall’originario significato di recinto quale attributo di un giardino, per indicare tout court quei giardini e parchi privati e recintati, propri dei sovrani dell’Impero achemenide, dai quali si vuole che discendesse il più grande dei re persiani, Ciro II, detto Ciro il Grande.

Requisito essenziale dei giardini persiani era che fossero circondati da muri, che avessero pianta rettangolare, che fossero divisi in quattro sezioni interne e avessero uno stagno, o vasca, o ruscello, in posizione centrale. Questo disegno a quattro si chiamava chahar bah ( quattro giardini ).

Come non ricordare che nella Genesi quattro sono i fiumi che attraversano il giardino dell’Eden?

L’acqua era sicuramente uno degli elementi più importanti, insieme al profumo che doveva essere emanato da alberi da frutto e da fiori appositamente selezionati proprio per la loro fragranza. Così vi si potevano trovare olivo, cipresso, fico, melograno, dattero, aranci..

Nel V secolo a.C. la costruzione del primo di questi giardini si deve proprio a Ciro il Grande, che lo volle nella città da lui fondata, Pasargadae.

Dalla Persia i giardini recintati si sono poi diffusi in tutto il mondo islamico, tanto da essere conosciuti da lì in avanti anche come “giardini islamici”. Dal XIII secolo li troviamo, oltre che in Iran, in Egitto, in tutto il Nord Africa e in Spagna ( famosi sono i giardini moreschi dell’Alhambra ).

Nel XVI secolo troviamo i giardini recintati anche in India settentrionale, portati dal primo imperatore moghul, Babur: pare che avessero terrazze e padiglioni, fiori come iris e gigli, pesci e tanti giardinieri a prendersene cura.

Dobbiamo quindi, tecnicamente, ai Persiani l’origine della parola “paradiso” che in seguito acquisirà il significato a noi noto, sia nel senso religioso che in quello profano. Ma come avverrà?

E’ Senofonte di Atene a introdurre per la prima volta la parola” paradiso” nella lingua greca quando racconta di come Ciro il Grande fosse solito far costruire giardini di piacere dovunque andasse. Senofonte si imbatté nella parola persiana ” pairidaeza” mentre combatteva in Persia con dei mercenari greci nel 401 a.C..

Il termine entra nelle lingue semitiche con l’accadico pardesu già con il significato di “giardino” o “parco”, mentre il suo diretto corrispondente in ebraico lo si riscontra nella Bibbia in lingua ebraica con il termine pardes , ma per sole 3 volte, di cui una nel Cantico dei Cantici ,4,13, con il significato di frutteto o bosco.

Questo il testo: ” I tuoi germogli sono un giardino di melagrane, con i frutti più squisiti….”

Senofonte dunque tradusse la parola pairidaeza in greco, paradeisos: il recinto passerà a indicare nella lingua greca il luogo giardino.

Ritroveremo la parola nelle Scritture solo dopo il regno di Salomone, durato 40 anni, dal 970 al 930 .

E siamo già alla fine del II secolo a.C. quando il termine “paradiso” passerà dalla sfera profana a quella religiosa. Lo troviamo infatti per la prima volta nel terzo dei testamenti dei 12 Patriarchi ( testo apocrifo dell’Antico Testamento ). Il Testamento di Levi, 18,10, recita così:

<< Inoltre Egli ( il sommo sacerdote del futuro )aprirà le porte del paradiso e devierà la spada puntata contro Adamo >>.

In ogni caso, la parola paradiso sarà usata nell’Antico Testamento per riferirsi sia al giardino dell’Eden sia al Regno dei Cieli, inteso come premio dopo la morte anche in altre religioni, come quella islamica o l’ebraica.

Dal greco la parola ” paradiso” è passata al latino e in molte altre lingue, arrivando a significare ” luogo di superba bellezza o delizia, o di suprema beatitudine”. Così, se era potuto accadere che il suo significato si estendesse da un’immagine terrena alla rappresentazione del divino, ora tornava dal divino al terreno e qualificava un luogo di riposo e piacere.

Ben definiti sono i significati, cui sottostanno emozioni, sentimenti e propositi propri dell’animo umano, associati al luogo ” giardino”.

Ne abbiamo un esempio nelle parole di Ciro il Grande riportate da Senofonte nei suoi scritti.

Nell’opera ” Economico”, cap. IV, Senofonte attribuisce a Socrate queste parole su Ciro il Grande: <<….voleva egli ancora che in ogni luogo dove abitava, e dove pure soleva alcuna volta recarsi, da per tutto vi fossero giardini, chiamati colà “paradisi”, nei quali trovar si potesse tutto ciò che benignamente a noi conceder suole la terra, o per utilità, o per diletto: e in questi giardini quasi sempre trattenevasi, quando la stagione dell’anno non glielo vietava>>.

In un altro passaggio, invece, Senofonte riferisce un dialogo tra Ciro e Lisandro. Quest’ultimo, meravigliato della bellezza degli alberi, piantati a distanza regolare in filari dritti, con angoli ben disegnati, e dei molti e gradevoli profumi che li accompagnavano mentre passeggiavano, disse con stupore: << Ciro, io ammiro tutto ciò per la sua bellezza, ma molto di più apprezzo chi ha progettato e disposto tutto per te>>. Udito ciò Ciro se ne compiacque e disse: <<Lisandro, sono io che ho progettato e disposto tutto questo…quando sto bene non mi siedo mai a cena prima di aver sudato per essermi dedicato all’addestramento militare o ai lavori agricoli…>>.

Dunque, nell’arte del giardino l’essere umano trasferisce la sua operosità, il suo gusto del bello e il piacere di goderne come sollievo alle fatiche quotidiane.

L’Hortus Conclusus

A questo punto della mia volenterosa ricostruzione, stimolati dalle parole di Ciro, che ci colpiscono per la loro straordinaria modernità, possiamo ora soffermarci sulla nascita del giardino medievale e sull’eredità che ci ha lasciato, così tangibile ancora nel nostro territorio.

L’Hortus Conclusus, giardino chiuso o recintato, arrivato sino a noi in tanti esempi nelle nostre città e paesi, è chiaramente un’evoluzione del giardino persiano, ma anche dell’idea del giardino dell’Eden, come luogo di pace e diletto, pur mantenendo, in determinati contesti, un significato propriamente religioso, come vedremo più avanti.

L’espressione ” hortus conclusus” è ripresa da un passo biblico, un versetto della Genesi 2, più precisamente nel Cantico dei Cantici (4,12 ), parte integrante della Bibbia ebraica e cristiana.

Questo versetto: << Hortus conclusus soror mea, sponsa, hortus conclusus, fons signatus>> ( Giardino chiuso tu sei sorella mia, sposa, giardino chiuso, fontana sigillata>> è stato interpretato simbolicamente come un elogio alla purezza e alla bellezza di Maria Santissima.

Attribuito a re Salomone , risale invece a non prima del IV secolo a.C..E’ composto da 8 capitoli con contenuti poetici che declamano l’amore tra un uomo e una donna , allo scopo di rappresentare però l’amore di Dio per Israele , nella tradizione ebraica, oppure quello di Gesù per la Chiesa nella tradizione cristiana.

Il giardino medievale

Nei primi secoli del Medioevo, anche se lentamente , grazie anche all’influenza araba, si avviò un risveglio dell’interesse per la natura e il paesaggio, con conseguenti tentativi di riprodurne bellezza e magia in contesti domestici e privati.

Come abbiamo già visto, sono i monaci, già nel V e VI secolo, a dotare i loro monasteri di spazi coltivati ad orto, ma anche a frutteti, vigne e uliveti.

Nel IX secolo Carlo, re dei Franchi, fonda il Sacro Romano Impero, e per sua iniziativa il Capitulare de villis vel de curtibus imperatoris raccoglierà prescrizioni e consigli sulla costruzione e manutenzione delle residenze imperiali: in quel contesto si suggerisce di cingere giardini e orti con siepi e muri, di coltivare sia fiori che ortaggi, mentre si raccomandano piante aromatiche e alberi da frutto. Al centro poi di ogni giardino non potrà mancare una fonte o una vasca che dir si voglia: simbolo della Vita e dell’eterna Giovinezza .

Il giardino quindi è pensato ancora come rifugio e riparo, spazio ombroso e ventilato per conversare o ascoltare musici e dilettarsi. Come si vede, è ancora presente l’impronta di Ciro il Grande.

Il giardino medievale si presenta dunque, come i suoi antenati, come un ambiente chiuso, non solo riservato, ma anche protetto. L’esterno, tutto ciò che può esserci fuori dalle mura del castello o del monastero, è ostile, pericoloso, insicuro. Come nell’ispirazione attribuita ai persiani, e prima ancora agli estensori della Bibbia, anche le rigide tecniche medievali di costruzione e cura del giardino mirano di fatto alla sottrazione di uno spazio ben delimitato al caos ingovernabile e angoscioso della foresta, nel medioevo rappresentata sotto il dominio di bestie mostruose.

Se dunque la foresta simboleggia il buio e il male del mondo, rappresentazioni materiali dell’ignoranza e del peccato, il giardino rappresenta la cura dell’anima e l’anelito alla conoscenza come motori imprescindibili dell’azione umana: chi vuole accedere alla conoscenza e alla saggezza deve mettere ordine in se stesso e coltivare lo spirito come fosse un giardino.

Se ne deduce che nel passare dei secoli la ricerca della perfezione e della beatitudine viene sempre associata ad un giardino chiuso, uno spazio fertile, coltivato, curato quindi bello.

Nell’arte sacra l’Hortus Conclusus si trova raffigurato in dipinti quali le Annunciazioni e in altre scene esemplificative della vita della Vergine Maria: qui il giardino non sarà altro che il Paradiso Terrestre, il Giardino dell’Eden, come simbolo della purezza della Madonna.

Anonimo, Madonna e Santi nel giardino del Paradiso ( 1410 circa
La Madonna con il Bambino su falce di luna nell’hortus conclusus , opera del Maestro , 1456

E oggi? Che cosa rappresenta oggi un giardino per praticanti giardinieri contemporanei?

Nel senso comune il giardino può essere dunque un luogo “paradisiaco”, può essere vissuto come tale: è il nostro paradiso privato, dove trovare pace, gioia e conforto.

E’ per definizione un luogo di bellezza, pace e delizia, dove trionfano le diverse tonalità di verde, con i suoi fiori, i suoi profumi e la varietà di uccelli e farfalle che lo abitano; è un luogo che impegna e stimola la nostra fantasia e la nostra creatività, il nostro senso del bello e dell’armonia, la nostra capacità di guardare con fiducia al futuro, inseguendo con determinazione il benessere delle nostre piante.

Il giardino è essenzialmente vita che si esprime ed esplode. Per questo motivo deve essere curato con costanza: la sua esistenza dipende da noi.

Il giardino è anche un luogo familiare, sicuro, separato dal mondo esterno, che noi costruiamo a nostra immagine e somiglianza e dove, se si sa aspettare, sono visibili, e ci premiano, i risultati attesi delle cure premurose che prestiamo alle piante che, sane e fiorite, sembrano così contraccambiare il nostro lavoro e la nostra dedizione.

Noi cerchiamo la sintonia con il nostro giardino: tra noi e il giardino c’è un sommesso dialogo continuo.

Il giardino può sopravvivere a noi, è ciò che segretamente desideriamo, e forse è il nostro modo per lasciare qualcosa di noi, una traccia scritta nel verde, oltre il tempo.

Bibliografia

Sac. Francesco Cazzato ( scritti sul Salento ), Wikipedia, Wikisource, bibbiaedu.it, Il giardino nel Medioevo tra sacro e profano, Alessandro Batistini, 2012, A. Pontecorboli editore, Il Giardino contro il tempo ( alla ricerca di un paradiso comune), Olivia Laing, 2024, Il Saggiatore

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