Breve storia del Santuario di Santa Maria di Leuca

Il piazzale prospiciente la basilica

Il promontorio, o Capo, ove sorge il Santuario di Santa Maria di Leuca è un luogo de finibus terrae, alla fine della terra, cioè del mondo conosciuto, ed è ovviamente una definizione di tanti secoli fa. 

Eppure trovarsi sull’ampio piazzale che ospita il santuario e abbracciare con lo sguardo il fondale azzurro del cielo che finisce nell’azzurro del mare e poi il faro che punta all’infinito, beh.. tutto questo regala emozioni non da poco. 

Questo luogo è profondamente permeato di mito e nello stesso tempo di storia, questo luogo è magico per chiunque sia disposto ad ascoltare lo spirito del tempo.

Molto prima della Vergine Maria qui sarebbero stati venerati Ercole, Giove, Minerva, che qui ha avuto un tempio, e varie divinità del mare. Secondo una tradizione piuttosto radicata nel mito del luogo, ma recentemente smentita da illustri studiosi, sempre qui sarebbe approdato l’apostolo Pietro in viaggio verso Roma, qui dunque convertì gli abitanti e dove sorgeva il tempio dedicato a Minerva fondò una chiesa. 

Dal momento, però, che l’evangelizzazione dell’Italia meridionale non viene  collocata in un periodo anteriore al V-VI secolo, la fondazione del santuario attribuita agli apostoli è sicuramente una leggenda. Nel tempo, in ogni caso, le chiese che si sono succedute nello stesso posto sono stare oggetto di diverse distruzioni e incendi, soprattutto ad opera di saraceni e turchi, e sempre la minaccia e il pericolo venivano dal mare.

Per ben cinque volte gli invasori distrussero la chiesa dedicata alla Madonna, finché nel 1507 i nobili del Balzo la fecero ricostruire e la dotarono di una Madonna con Bambino, opera di Jacopo Palma il giovane, maestro veneto molto attivo in Puglia.

L’attuale edificio risale invece al 1720, quando fu ricostruito per volere del vescovo Giovanni Giannelli. Fu lui a escogitare una soluzione che preservasse il santuario da futuri attacchi. Fece sopraelevare la preesistente costruzione con due piani dotati di tre finestre cadauno, in modo che il tutto apparisse piuttosto come una civile abitazione, quasi una fortezza e non una chiesa:  nascondere ai predatori venuti dal mare la vera natura di luogo di culto avrebbe sortito il risultato di scoraggiare profanazioni e saccheggi di preziosi oggetti sacri.

L’idea per la verità veniva da lontano, ma molte altre distruzioni e saccheggi il santuario avrebbe dovuto sopportare…..

Già nel 1550 Annibale Magalotto, vescovo di Alessano, si era convinto che il santuario di Santa Maria di Leuca non potesse più essere esposto al rischio  di assalti, distruzioni e razzie da parte dei turchi: il vecchio progetto di dotarlo di mura difensive doveva essere realizzato al più presto.

Erano sempre più numerosi, infatti, i pellegrini che si recavano sul promontorio  per ottenere indulgenze e che occorreva difendere insieme al luogo sacro, dal momento che i pirati durante le loro incursioni arrivavano anche a rapire i pellegrini per farne schiavi da vendere.

E’ anche vero, però, che subito si presentò il problema di dove reperire i denari che servivano all’opera, considerato che sarebbero stati necessari 800 scudi. A questo scopo Magalotto decise di alienare  alcuni beni non necessari della mensa vescovile: con il ricavato della vendita contava di mettere insieme 200 ducati d’oro che, insieme ad altre offerte, avrebbero consentito la realizzazione del sistema di difesa.

La richiesta di autorizzazione, sotto forma di supplica, inoltrata subito alla soglia pontificia fu accolta e firmata il 28 agosto 1550, ma l’opera divenne realtà solo dopo più di un secolo. Nel frattempo ci fu un’ennesima disastrosa incursione dei turchi il 18 giugno 1624, quando le fiamme arrivarono a lambire il quadro posto sull’altare ma si spensero miracolosamente sul volto della Madonna: il quadro fa ancora bella mostra di sé sull’altare maggiore.

Toccò quindi al vescovo Giovanni Giannelli (1713-1743 ) ricostruire il santuario dalle fondamenta e dotarlo sia di locali per l’accoglienza dei fedeli che di valide opere di difesa, come fortilizi e ponti levatoi. Oggi è ancora visibile una caditoia che sovrasta la porta principale del santuario.

Superato il primo ingresso, troviamo invece il portale interno del 1500.

Entrando, troviamo sulla destra proprio l’Ara di Minerva, un grosso masso monolitico che testimonia il culto alla dea, attestato sin dall’antichità.

Al centro del piazzale si erge la Colonna Mariana, del 1694, voluta da Filiberto Aierbo D’Aragona, duca di Alessano e principe di Corsano: sulla sommità una Madonnina in preghiera riceve il saluto dell’angelo.

Questo per quanto riguarda la storia del santuario e le sue vicissitudini.

Ma il santuario di Santa Maria di Leuca, riconosciuto anche come Basilica Pontificia, quindi luogo universalmente caro alla cristianità e al culto mariano, è soprattutto una sentinella sul mare.

Dobbiamo infatti pensare a questo luogo, per la sua posizione esposta sul mare,  su un promontorio, come oggetto di particolare devozione da parte di marinai e pescatori.  …..continua………………

Ara di Minerva
Cascata Monumentake

Del Portolano Sacro e delle Sante Parole

Capo Santa Maria di Leuca è per convenzione il punto di separazione tra il mare Adriatico e il mare Ionio e segna inoltre il limite nordorientale del grande Golfo di Taranto, con Punta Alice al capo opposto, in Calabria. Sul promontorio, il Faro di Santa Maria di Leuca, con la sua torre a base ottagonale alta 48 metri, raggiunge un’altezza sul livello del mare di 102 metri ed emette tre lampi bianchi ogni quindici secondi, con portata ottica di 24 miglia nautiche.

Bisogna andare indietro nel tempo e approfondire per capire che cosa questo luogo abbia rappresentato per la navigazione e quindi per le genti del mare, fossero marinai, mercanti o pellegrini. 

Nell’alto medioevo andare per mare espone a rischi grandissimi. Il mare è vasto e profondo, può essere molto infido, numerose sono le insidie che tende anche ai naviganti più esperti; la strumentazione di bordo è ancora piuttosto scarsa, le mappe nautiche del tutto insufficienti, per cui si cerca il più possibile di navigare lungo costa, confidando in primo luogo sulla memoria visiva dei luoghi che si trovano lungo il percorso e riservandosi, qualora questa difetti, di consultare quello che costituisce un autentico genere letterario del Medioevo, ossia il “ portolano” o descrizione esatta delle baie, degli scali e dei porti naturali con I’indicazione delle manovre necessarie per evitare i numerosi ostacoli che si incontrano lungo il tragitto, come scogli, secche, correnti impetuose o venti avversi. Il Portolano più antico sembra sia stato redatto a Pisa intorno al 1160, con successive versioni locali.

Ma in mare c’è bisogno anche di un aiuto che abbia del “ divino”, del soprannaturale. E’ il “Portolano Sacro” che indicava in sequenza i santuari costieri, dal mare del Levante all’Adriatico, dal Tirreno all’Atlantico. Visti dal mare, infatti, i luoghi di culto costieri erano provvidenziali punti di riferimento per mantenere o correggere la rotta e quindi scampare il pericolo; allo stesso modo, se capitava di essere colti da tempeste improvvise e si aveva salva la pelle, allora proprio sulla costa più vicina si faceva voto di erigere una chiesetta che quindi diventava un nuovo punto di riferimento nella vastità del mare. Marinai e anche pellegrini, nel caso di navi dirette alla Terra Santa, nel momento del bisogno, quando la paura si impossessava di loro e la morte sembrava vicina, solevano pronunciare preghiere per propiziarsi Cristo, la Madonna e tutti i santi, soprattutto quelli venerati nei santuari sulle coste lungo le quali si svolgeva la navigazione. Queste preghiere spesso venivano recitate anche prima di partire e la sera, quando tutti a bordo si stringevano gli uni agli altri, diremmo a scopo precauzionale, per ingraziarsi tutti i santi del Paradiso, perché non facessero mancare la loro benevola assistenza durante i lunghi giorni di viaggio.

Nascono così leSante Parole”, una sorta di lunga litania contenente una sequela di invocazioni che si recitavano in mare quando per troppi giorni non si vedeva terra: il nome del santo (e del santuario venerato ) era accompagnato dalla semplice locuzione “ ci aiuti”.

Il testo delle Sante Parole è noto attraverso un manoscritto toscano databile alla metà del XV secolo e contiene, per l’Italia, i principali santuari costieri regione per regione. Per la Puglia, ben riconoscibili dal mare, sono: il promontorio del Gargano con la grotta di San Michele Arcangelo, San Nicola a Bari, San Cataldo a Taranto, Santa Maria del Casale a Brindisi e Santa Maria di Leuca.

Appare chiara, pertanto, la forte vocazione marinara di luoghi come Capo Santa Maria di Leuca,  situato sin dall’antichità in  uno dei passaggi più critici per la navigazione nel Mediterraneo. Non a caso, poi, i luoghi di culto citati nelle Sante Parole costituiscono di per sé l’itinerario dei principali pellegrinaggi che nei secoli hanno attraversato la nostra penisola, di regione in regione.

..è il mare che dilaga oltre gli argini della ragione, della logica, delle forme. Il sublime è l’infinito, attrae con sofferenza e sgomento, incute angoscia percepire con violenza tutta la piccolezza dell’individuo, la povertà della sua vita, gli fa sentire il Tutto tremendo ossia la sua morte.Il mare è il sublime per eccellenza; è grande e semplice, solitario, insondabile nella tranquillità e indomabile nella tempesta, ricco di tragedie e catastrofi , di seduzione e di obliosa perdizione.
( Claudio Magris, Polene Occhi del Mare, La Nave di Teseo, novembre 2019 )

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