Ritorno a Giuliano di Lecce, frazione di Castrignano del Capo, dopo circa un anno dalla prima visita. Giuliano è un posto dove si ritorna, dove non si può evitare di tornare, tanto forte è la fascinazione che esercita sul visitatore alla sua prima volta in un luogo, come questo, tanto imprevisto e imprevedibile.
Troviamo Giuliano, con il suo grappolo di case e di vicoli sinuosi, a mezza strada tra Barbarano e Patù. Venendo, come faccio io, dalla piccola frazione di Ruggiano, ho attraversato Barbarano sfiorandone appena l’abitato lungo piazza san Lorenzo e infilandomi nella stretta via Messeri, per uscire, dopo circa duecento metri, a ridosso di un passaggio a livello con casa cantoniera, quindi un breve tratto di strada in mezzo alla campagna mi porta davanti alle mura di Giuliano.
Oggi Giuliano sembra un paese addormentato, e forse lo è nella pace assolata delle sue giornate estive, ma, a suo onore, bisogna conoscerne la storia.

Oltrepasso l’alta arcata di pietra che doveva segnare la porta principale di ingresso in un paesino che fu nel medioevo un centro ricco e fiorente. La porta è quello che resta delle antiche mura difensive, erette nel XVII secolo, sotto la famiglia Cicinielli. Davanti a me una strada, ampia, fiancheggiata da case che solo ad un primo sguardo disattento celano segni evidenti di un passato molto antico. La strada porta in una piazzetta con giardino e panchine, ma la sorpresa è lì ad attenderci. Sul lato sinistro si mostra un fondale che non t’aspetti e che ti toglie il fiato. Contro il cielo azzurro si staglia
un imponente castello,
che sulle prime ti appare quasi intatto, se non fosse per le erbacce e i rovi che si arrampicano tra le pietre, sugli archi della facciata, e che dilagano in quello che doveva essere il fossato, scavalcato da un ponte anch’esso quasi del tutto celato alla vista. Mirabile esempio di architettura militare del ‘500, il castello è oggi un fabbricato sbrecciato, con le finestre cieche e un maestoso androne d’ingresso, che introduce al cortile, invaso da masserizie e chiaramente utilizzato da privati. Sulla sua sinistra si innalza ancora, quasi intatta, una maestosa torre quadrangolare, mentre sulla destra una costruzione con piccolo giardino annesso non si capisce se essere frutto di un rimaneggiamento di porzione di castello o addirittura un corpo estraneo che però al castello si appoggia come una protesi. Tutto il frontespizio del maniero è chiuso da un muro con cancellata. Eppure, nonostante così offeso nella sua antica minacciosa austerità, il castello di Giuliano stupisce e quasi commuove per la sua eroica e silenziosa resistenza agli attacchi del tempo e all’incuria e al disinteresse degli uomini.

Sappiamo che il castello, più simile per la verità ad una fortezza, risale, nella sua parte più antica, al XIV secolo e, come tutti i paesi del Salento, conobbe nel passato diversi feudatari: si ricordano i dell’Antoglietta, che la ricevettero in dono da Carlo II d’Angiò nel 1297, poi i Delli Falconi e in seguito i Cicinielli.
Nella stessa piazza del castello si erge il Menhir Mensi, uno dei pochi esemplari rimasti nel Capo di Leuca. E’ sormontato da una piccola lastra ornamentale, detta “ cappello”.

A malincuore lasciato alle spalle il castello, che ho però abbracciato con un lungo sguardo affettuoso, mi avvio verso il centro del paese che mi appare deserto, silenzioso, se non fosse per le voci di alcuni muratori che lavorano alla ristrutturazione di una casa; incrocerò solo un paio di passanti, abitanti del posto perché hanno l’aria di spostarsi da una parte all’altra del borgo. Entrambi rispondono al mio saluto: sento di essere entrata in casa d’altri e la loro gentile risposta- peraltro usuale da queste parti- ha per me il gradito sapore di un benvenuto. Il primo vicolo che percorro si snoda tra alte pareti di pietra color ocra, o totalmente bianche: dalla loro sommità spuntano fogliame rigoglioso di alberi e tralci fioriti. Dalle rare porticine che interrompono i muri non si riesce a sbirciare dentro, ma al di là delle pietre antiche possono indovinarsi solo giardini, o veri e propri parchi, lussureggianti e misteriosi. La maggior parte dei palazzi sono residenze nobiliari del ‘700 e dell’antico sfarzo conservano tutta l’aura; la loro estensione, i ricchi portali, le facciate abbellite da balconi con ringhiere in ferro battuto, i blasoni e gli stemmi, parlano chiaramente di una comunità che deve essere stata ricca e colta, che si è circondata di bellezza e di comodità. Durante il Medioevo infatti Giuliano fu una “ universitas”, vale a dire un insediamento dotato di autonomia amministrativa, fu molto popolosa e culturalmente vivace, dal momento che tra i suoi cittadini si annoverano notai, medici e avvocati e letterati. Lentamente, poi, si aprì per Giuliano una fase di decadenza, fino a divenire, con la caduta del feudalesimo, una delle frazioni di Castrignano del Capo. Molto tempo dopo chiuse anche l’ufficio postale e , in quanto al commercio, nel borgo non ci sono negozi, se si escludono quelli presenti nella piazza prospiciente la porta aperta nelle mura.


E’ dunque il silenzio, insieme allo spazio vuoto, la cifra di Giuliano.
Nell’ampia piazza rettangolare si schierano i palazzi più importanti, evidentemente appartenenti alle famiglie che furono le più prestigiose di Giuliano: la piazza ne è completamente circondata e l’impatto- vi assicuro- è di grande effetto. Di tutti gli edifici colpisce il colore delle facciate, come tele di un unico pittore, il tempo. Qui si ha davvero l’impressione di essere dentro una macchina del tempo o, se volete,
all’interno di un set cinematografico,
perché tutto ci riporta ad un tempo lontano, ma che qui appare vivo e presente. Non c’è nulla, infatti, che disturba o in qualche modo viola l’integrità del luogo e questa si confonde con la nostra immaginazione. Poi vedi le finestre chiuse, misuri il silenzio assoluto e capisci che la maggior parte di quelle abitazioni è disabitata. Alcuni palazzi però sono stati ristrutturati, anche con le risorse del piano Urban della Regione Puglia, di qualche anno fa, altri sono evidentemente abitati solo in estate, come si può intendere da alcune auto di grossa cilindrata avvistate qua e là. La piazza è chiusa, verso la parte periferica del paese, dalla chiesa di San Giovanni Crisostomo.
La chiesa Madre di San Giovanni Crisostomo fu edificata nel XVI secolo su una costruzione preesistente. Nel corso dei secoli ha subito numerosi rifacimenti e interventi di restauro che ne hanno alterato l’originario aspetto rinascimentale. L’edificio presenta un prospetto neoclassico, con paraste e portone centrale sormontato da un’epigrafe che ne ricorda la dedicazione, frutto dei lavori effettuati negli anni 1897-98 per volontà degli influenti fratelli Fuortes che innalzarono anche il campanile. L’interno, a tre navate, è ricco di numerose opere artistiche realizzate in varie epoche. Delle fasi più antiche della chiesa rimangono alcuni affreschi del 1564 e un bassorilievo in pietra leccese del 1612 raffigurante “La Pietà”. Le cappelle laterali ospitano altari barocchi sormontati da tele di pregevole valore artistico. Settecenteschi sono gli stucchi delle volte e delle colonne e l’organo a canne di Simon Kirker (1721 ).
Nel cortile di un palazzo un vecchio signore, seduto a prendere il fresco, assicura che l’ulivo che troneggia in un angolo è lì da almeno trecento anni e non stentiamo a credergli.
Un cane mi viene incontro, mi annusa e poi, rassicurato, si stende al sole in mezzo alla via. Ogni tanto un’auto attraversa uno spazio altrimenti straordinariamente vuoto e silenzioso.



Non poche sorprese riservano le tante vie laterali, di case meno aristocratiche ma tutte recanti evidenti tracce di un passato da riscoprire e valorizzare: un arco, un frontone, uno stemma, un affresco. Non c’è abitazione, poi, che non sia dotata del suo giardino, piccolo o grande che sia, tutti però si fanno solo indovinare perché sono giardini nascosti e segreti, quanto basta per scatenare la mia immaginazione.

La particolarità vera di questo paesino addormentato nel Capo di Leuca sta però nelle numerose iscrizioni latine, o epigrafi, incise nella pietra delle facciate, accanto o sopra i portoni d’ingresso. Sono
proverbi, motti, propositi, moniti,
scelti dalle famiglie che quelle case abitarono, per presentarsi, per parlare al viandante di sé stesse e della propria visione del mondo. Alcune di queste iscrizioni sono abbastanza integre, altre rischiano di diventare illeggibili; in alcuni casi sono state riportate su apposite targhe che ridanno loro visibilità riuscendo , anche con un’accorta traduzione, a illustrare l’intento di coloro che le avevano poste a suggello della loro intimità domestica. Un esempio è dato dall’iscrizione posta a guardia di un frantoio ipogeo:
<< Impiantato non con speranza di guadagno, ma di libertà>>.
E l’anno è, non a caso, il 1789.
Proseguendo la mia passeggiata trovo la settecentesca chiesetta dell’Annunciazione, sotto la quale si trova la Laura basiliana, con preziosi dipinti e un’epigrafe del 1107.
Dalla parte opposta del paese mi fermo ad ammirare la Loggia degli Sberleffi, incastonata in un’abitazione privata. Poggia su 15 mensoloni con figure apotropaiche e fu costruita nel 1609.

Fuori dell’abitato si trova invece la cappella dedicata a San Pietro, che la leggenda vuole sia passato di qua nel 42 o 43 d.C., del resto vale anche per Giuliano l’altra leggenda secondo la quale questo borgo sarebbe nato per iniziativa degli abitanti di Leuca e Vereto, fuggiti dalle loro case in seguito alle invasioni saracene, nel IX secolo.
Quando lascio Giuliano ripassando sotto l’antica arcata sento di essere stata, anche se per un breve lasso di tempo, in contatto con lo spirito del luogo, con l’essenza più intima e segreta di un posto speciale, indimenticabile.






Immagini di Giuliano del Capo