

Dalla lettura di un testo a cura di Enzo Sammali “ Ritagli di storia Salvese” ( 2017) traiamo alcune interessanti notizie sulla storia della cittadina del Capo di Leuca nel XIX secolo: veri e propri fasci di luce illuminano un tempo molto lontano che, lungi dall’apparire avvolto in un’aurea romantica, mostra un estremo meridione d’Italia di miseria e arretratezza, un sud che fa fatica, letteralmente, a vivere.
Il testo menzionato realizza meritevolmente una raccolta di delibere comunali dal 1817 al 1900 che vengono riportate in originale, nonché illustrate e commentate.
Il periodo storico preso in esame nella raccolta vede il passaggio dal regno dei Borbone ( Regno delle due Sicilie ) a quello dei Savoia con l’Unità d’Italia ( Regno d’Italia ).
Qui propongo in estrema sintesi i contenuti di alcune delibere a partire dalla metà dell’800.
Sono tempi di estrema povertà per le popolazioni meridionali: la miseria la fa da padrona, così che le storie che fanno capolino dalle delibere comunali- scritte in un lessico che a più riprese ci fa sorridere, ci diverte e perfino ci intenerisce, descrivono in maniera più che esaustiva quali erano le condizioni di vita delle popolazioni dell’estremo sud d’Italia nel XIX secolo.
Leggendole potremo anche verificare le trasformazioni che hanno interessato sia la lingua parlata che quella scritta così come è arrivata sino a noi nei documenti di archivio. E il linguaggio, si sa, è lo specchio della società che rappresenta.
Scopriamo così, per esempio, termini del tutto desueti, che forse alcuni di noi possono ritrovare solo in echi di discorsi ascoltati nella lontana infanzia dai nonni o bisnonni.
La prima parola che proponiamo è “ sciarabà”. Derivato dal francese char-à-bancs il termine sta ad indicare un tipico mezzo di trasporto, un carro agricolo a due ruote oppure un calesse a due sedili longitudinali, condotto da un cavallo o mulo. Scopriamo che nell’anno 1887 la Giunta Municipale di Salve delibera di destinare il compenso di 360 lire annue a colui che “ prenderà il servizio con sciarabà per la posta da Alessano a Salve”
Fa riferimento alla necessità di costruire un camposanto per gli abitanti di Salve una delibera del 4 giugno 1850 che, tuttavia, ha un contenuto imprevisto. La discussione evidenzia infatti che il sotterramento dei defunti avveniva nel Convento dei Cappuccini e per le frazioni di Barbarano e Ruggiano nelle rispettive cappelle di San Lorenzo e di Santa Marina. Pertanto si conclude che si poteva ancora fare a meno di camposanti per Salve e per gli aggregati, come venivano allora chiamate le frazioni.

Ma le delibere hanno per oggetto prevalente temi sociali pressanti, come la cronica mancanza di lavoro per una popolazione che, letteralmente, rischia di morire di fame o che non riesce a trovare risorse per affrontare il drammatico problema degli orfani, il cui sostentamento finisce inevitabilmente per gravare sulle casse, sempre troppo magre, dell’amministrazione comunale.
Si riferisce proprio alla triste emergenza dell’abbandono di infanti o di bimbi rimasti orfani la delibera del 29 giugno 1853, che denuncia come siano davvero troppi i proietti ( i bimbi abbandonati ) e i trovatelli da mantenere, ben oltre le disponibilità delle risorse pubbliche, che pertanto non riescono più a farsene carico.
E i bimbi abbandonati alla nascita oppure rimasti senza famiglia sono ancora al centro di due delibere comunali di qualche anno più tardi. Il 29 giugno del 1859 il Comune di Salve mette a verbale che non è possibile trovare un locale idoneo per la ruota dei proietti, né trovare 3 donne ( per la terna ) per la carica di Pia Ricevitrice.
E’ invece del 1865, quindi ormai sotto il Regno d’Italia, la risposta del Comune ad una interrogazione circa il numero di balie che si alternavano per sfamare i neonati: ben 53 su una popolazione di poco più di duemila abitanti.
E poi c’è la difficoltà di riscuotere le tasse da una popolazione che, in gran parte, non riesce nemmeno a sfamarsi. Pare che all’epoca fosse particolarmente inviso il dazio sul macinato ( tassa sulla sfarinatura ). Di fronte alla difficoltà di esigere la tassa in questione, il Comune ( 4 dicembre 1853 ) escogita la seguente soluzione: propone di sopprimerla e di sostituirla con quella sui fichi secchi ( derrata importante al tempo ). La misura aveva la scopo di non far mancare alle casse comunali la riscossione di “un introito così vistoso”. Quindi la proposta viene messa ai voti e il dazio sulla farina verrà “ cessato”.
E’ interessante capire perché si arriva a tale decisione, e lo spiega la stessa delibera. I centimulu, antichi mulini di casa messi in movimento da un asino, erano collocati all’interno delle abitazioni e quindi difficilmente controllabili. Da notare che la parola “ centimularu” indicava appunto il “mugnaio”.
In un’economia strettamente contadina grande diffusione e importanza avevano i frantoi, detti trappeti, per la molitura delle olive. Nel 1855 il Comune di salve deve dare esecuzione al decreto reale che ingiunge la demolizione dei trappeti ( tarpeti ): occorre distruggerli in modo da servire ad altri scopi meno che a quello della molitura delle olive.
Le ragioni di tale provvedimento sono esclusivamente di natura igienica e sanitaria, dal momento che i residui della lavorazione venivano sversati nell’ambiente. La novità provoca una decisa reazione: “ un generale grido di dispiacere s’è inteso dalla intera popolazione per il danno e notevole ruina che la stessa va a soffrire..”. Pertanto il Comune, con la delibera del 12 agosto 1855, nel mentre chiede ai superiori organi di governo di interpellare il Ministero per rimandare o modificare l’esecuzione del Decreto, ordina ad ogni proprietario di tarpeto che a proprie spese trasporti le sentine e morchie nella distanza sanzionata dalle leggi.
Nel 1870 il Consiglio Comunale delibera di “menare a fine il selciato della Piazza Comunale appellata Vittorio Emanuele …per “ dare da lucrare un pane a tanti poveri di questo Comune, li quali muoiono dalla fame”.Quindi si spenderanno lire 200 per “ l’inselcio “ di Piazza V. Emanuele .
In un’altra delibera municipale troviamo traccia di una fase iniziale di trasformazione dell’assetto urbanistico della cittadina di Salve.
A fine ‘800 infatti alcuni giardini della cittadina vengono acquistati dal Comune allo scopo di costruire strade per congiungere il paese alla provinciale Presicce-Gagliano. E’ un passaggio d’epoca destinato a incidere sull’aspetto della cittadina che lo storico Giacomo Arditi ancora all’epoca descrive così: “ Salve, comune centrale delle frazioni di Barbarano e di Ruggiano, bianca come una piccola Cadice, brillante di qualche palazzo architettonico, e di altre case in buone forme, con giardini, e vasi chiomati di fiori e di erbe odorifere”.
Il giardino Pennina viene comprato per lire 650, il giardinetto di Cara Michele per lire cento, un altro pezzo di proprietà di de Micheli Oronzo per lire 68.
Allo stesso scopo vengono atterrate due case: per allargare via Paradisi atterrando per la larghezza di circa due metri le due case del signor De Lecce e anche la cappella di S. Giuseppe ( anno 1883 )
Per chiudere questo breve elenco ci soffermiamo volentieri su qualcosa che invece fa davvero sorridere e lascia anche qualche interrogativo.
IL 9 luglio 1865 un’apposita delibera approva l’aggiunta dei quarti d’ora all’orologio comunale che ha solo le ore: si aggiungono i quarti “ …così si da un maggior comodo al pubblico, specialmente alla classe povera in caso di malattia”. Allo scopo si prelevano ducati 25 pari a lire 106,25.